Recensione Orange is the new Black stagione 5: la parola d’ordine è coralità (e rivolta)

La quinta stagione è disponibile in Italia su Netflix e Infinity.

Dopo una quarta stagione frammentaria e che sembrava aver dimenticato la forza della serie, ovvero la sua coralità e allo stesso tempo il suo porre l’attenzione sulle singole storie dei protagonisti, la quinta stagione di Orange is the new Black aggiusta il tiro e torna alla vivacità delle prime annate.

La mancanza soprattutto nella seconda metà del quarto ciclo dei flashback che raccontassero le storie delle detenute e delle guardie prima della loro “vita” a Litchfield si era sentita. Se Jenji Kohan e compagni non avevano più nulla da raccontare, sarebbe stato meglio da parte di Netflix rinnovare la serie per ben tre stagioni, veniva da pensare questo.

Aggiungiamoci il fatto che le storyline erano troppo frammentarie e dispersive, senza un reale filo logico, a parte quello di arrivare ai meravigliosi due episodi finali che hanno portato all’immagine che apre questo articolo e alla svolta di cui il serial aveva bisogno per evolversi pur rimanendo fedele a se stesso.

Cosa farà Dayanara?

La premiere risponde a questa domanda e da lì inizia quello che sarà il fil rouge, il collante dell’intera stagione: una rivolta carceraria. Le detenute prendono possesso del carcere e in ostaggio le guardie. Possono riservare a queste ultime il trattamento che sono solite ricevere e subire. Sono finalmente “libere” anche se sanno che non durerà: possono stare all’aria aperta quando vogliono, avere libero accesso ad internet, non solo per aggiornarsi sul “mondo là fuori” ma soprattutto per far sentire la propria voce.

Che sia per chiedere giustizia per la morte di Poussey oppure per aprire un canale YouTube con consigli di trucco e parrucco. È proprio in questa commistione di dramma e commedia che sta la forza della serie, da sempre. Il suo farci ridere di gusto nonostante la difficile realtà che racconta per poi piangere ed emozionarci subito dopo, con le donne protagoniste e per loro.

Nel marasma generale, tra chi vuole semplicemente sballarsi, chi fare a botte, chi stare il più possibile lontano dalla rivolta e non averci niente a che fare, alcune detenute riesco a organizzarsi e a darle il senso più positivo di sempre: portare a un negoziato per un cambiamento reale nella prigione. Questo affinché non vengano più trattate come numeri in un bilancio e come animali, ma come persone, e affinché venga istituito un programma che voglia davvero provare a reintegrarle nella società.

Ovviamente sopra le righe della denuncia sociale, c’è spazio per le detenute, per le loro storie prima e soprattutto dentro Litchfield. I loro amori, i loro dubbi, le loro incertezze, il loro pretendere una vita migliore, il loro sperare in una vita migliore, il loro avere paura di non meritarla una vita migliore. Quelle mura che sono diventate la loro casa e questa rivolta mette in discussione le loro momentanee sicurezze.

E c’è molto più spazio per le guardie, per il loro punto di vista. Che sia quello di Piscatella, e a ciò che lo ha portato ad essere così e ad essere forse la causa della morte di Poussey, oppure quello di Bailey, che cerca di capire cosa fare della propria vita (o se togliersela) dopo averla ucciso in un tragico incidente. Non si può non provare compassione per lui, nonostante ciò che ha fatto resti orribile. Una denuncia sulla non-preparazione che spesso hanno gli agenti che dovrebbero garantire la sicurezza e il buon funzionamento di una prigione.

Nonostante si apprezzi la coralità e il non incentrare più la storia su Piper (e Alex) perché non è la sua (loro), dispiace vedere come la prima si sia ridotta a un personaggio spesso insopportabile, e non più fautrice delle battute mordenti delle prime due stagioni.

Però non è giusto. Abbiamo avuto un assaggio di come sarebbe la nostra vita là fuori nel mondo “normale”. Uno si abitua dopo un po’ al “nulla” della prigione.

Dicono le “Flariza” ad un certo punto. L’escamotage della rivolta è stato infatti il modo degli sceneggiatori per costruire una stagione uguale ma diversa dalle precedenti, e dopo la quale nulla potrà essere come prima. Se gli autori avranno il coraggio di proseguire su questa strada, potremmo avere altre due meravigliose stagioni, e un degno finale per questa che resterà sempre LA comedy più binge watching di tutte di Netflix.

Recensione Orange is the new Black stagione 5: la parola d’ordine è coralità (e rivolta) è di MangaForever.net


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