Monolith – Recensione

A bordo della Monolith, l’auto più sicura del mondo, l’ex-popstar Sandra si reca con David, il figlio di due anni, verso la California per affrontare il marito, sospetto fedifrago. In pieno deserto, dopo un incidente con un cervo, David resta chiuso all’interno dell’inespugnabile auto, intrappolato in un costume da orso e privo di ogni mezzo di sostentamento. Sandra dovrà trovare il modo di salvarlo mentre la temperatura del deserto sale mettendo a rischio la vita del bambino.

Facciamo una cosa. Lasciamo stare i paragoni con la graphic novel. E’ stato spiegato e ripetuto fino allo sfinimento come Monolith non sia un film tratto da un fumetto o viceversa. Sono due opere a se stanti generate dal medesimo concept e sviluppate in maniera distinta. Qualsiasi confronto sarebbe dunque inutile e fuori luogo.

E’ suggestivo veder comparire il logo della Sergio Bonelli Editore all’inizio del film, il primo ad essere co-prodotto dalla casa editrice di via Buonarroti aprendo scenari interessanti. E sarebbe facile, per noi lettori bonelliani, farsi trascinare dall’entusiasmo. Ma non lasciamoci distrarre neanche da questo.

Monolith si ascrive al sottogenere dei trap movies che vedono uno o più individui intrappolati in una zona isolata e in una situazione potenzialmente letale. Si pensi a Buried, Open Water, al recente Mine, pure di fattura italiana, o all’ancor più autoriale 127 ore di Danny Boyle. Tutte opere nelle quali la sfida da superare riflette i drammi interiori dei protagonisti.

Quando hai un film che si svolge perlopiù in un’unica unità di luogo, bisogna affidarsi a regia e montaggio per vivacizzarlo. In tal senso, Monolith è un film che potrebbe essere fruito quasi per intero senza audio tanto la narrazione è sintetica e lasciata alle immagini. Ed è una cosa buona. E’ cinema.

Altro elemento di buona resa è Katrina Bowden, l’attrice protagonista. A guardarla sembrerebbe una bagnina di Baywatch, ha in curriculum qualche serie tv e parodie d’exploitation (American Pie: ancora insieme, Scary Movie 5, Piranha 3DD) e non denota certo una caratura attoriale di spessore (ed è evidente da un paio di scene che non abbia mai tenuto in mano una sigaretta in vita sua. E’ infatti una salutista della prima ora). Eppure riesce a sfaccettare il personaggio quel tanto che basta per appassionarci alla sua vicenda.

La sceneggiatura fa un po’ di confusione sulla caratterizzazione di Sandra. C’è qualche atteggiamento irresponsabile da parte della donna ma molto di quello che accade è dovuto alla sfortuna. Si volta mezzo secondo a controllare il figlio sul sedile posteriore e, proprio in quel momento, investe un cervo che le attraversa la strada. Dà il cellulare a David e, tra tante app, il bambino va a beccare proprio quella che sigilla la Monolith.

Siamo di fronte ad uno di quei casi in cui la pretesa di verosimiglianza delle dinamiche narrative non trova riscontro nell’enunciato audiovisivo. La metafora evade, straborda dal sottotesto confondendo realismo ed astrazione. La Monolith è un po’ il simbolo di questa contraddizione. L’auto renda omaggio al Duel di Spielberg e a 2001 – Odissea nello spazio ed è ovvio che sia un simbolico grembo materno, un elemento (fanta)tecnologico che diventa opprimente in contrapposizione alle assolate distese naturali del deserto. Non si capisce tuttavia per quale motivo qualcuno voglia andare in giro a bordo di un incrocio tra l’autoblindo di Big Jim e un carro funebre.

Lo sviluppo narrativo si perde in una parte centrale piuttosto fragile nella quale la protagonista fa e disfa tutto, non riesce a concludere niente e si ritrova al punto di partenza. Nel finale, la componente fantascientifica prende troppo il sopravvento, sostenuta da effetti visivi non all’altezza. Le sospensioni della Monolith reggono bene, la sospensione dell’incredulità molto meno.

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